Not all those who wander are lost
Da qualche anno ricordo il disastro del vajont con un brano che è tratto da un monologo (1 e 2) che Marco Paolini ha recitato qualche anno fa sulla spianata della frana del monte Toc. Ero in prima liceo quando è stato trasmesso e ricordo di essere rimasto incollato alla televisione per tutto il tempo. Ogni volta che guardo quel brano, non mi vergono a dirlo, mi commuovo.
Ha fatto il ferroviere mio papà, quella mattina del 10 ottobre faceva la
corsetta, Treviso-Conegliano lavoratori studenti, come arriva al ponte della Priula, a Susegana, sul Piave, trova un segnale di rallentamento. Bisogna marciare a passo d’uomo. Perchè? Perchè l’acqua del Piave, nera, lambisce le arcate del ponte e quella mattina porta giù di tutto: carcasse di animali, alberi sradicati, automobili rovesciate. E le sponde del Ponte della strada, li affiancata alla ferrovia, sono nere di gente. Spalla a spalla, civili e militari, girati verso l’acqua, ognuno con una pertica in mano. Venute fuori da dove? dagli orti. Con quelle pertiche formano un pettine, per fermare i morti che in mezzo al resto vengono giù sul filo della corrente. Altra gente coi rampini li allinea sugli argini. Da ogni paese del Veneto, lungo il fiume, quel giorno la gente molla la vendemmia e corre a vendemmiar sul Piave per questo che è il più grande funerale che mai abbia attraversato questo paese dopo Caporetto. E non era solo il suo, era il funerale di quell’Italia contadina che non serviva più a nessuno”